6 febbraio 1971: “Il dramma dei feriti”

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Negli ospedali di Viterbo, Tarquinia e Montefiascone, dopo una notte movimentata, oggi c’è silenzio. Ognuno ha il suo dramma. C’è chi nel terremoto ha perso il fratello, chi un genitore, chi un figlio o un congiunto.

È il caso di Bruno Arpini, 32 anni, via Verdi, 8, insegnate elementare. Ha sposato una collega. Da cinque anni, dopo le nozze risiedeva a Tuscania; ha la clavicola sinistra fratturata ed alcune escoriazioni alla testa. Parla con un filo di voce: «Mi trovavo nella sala da pranzo, Maria Antonietta, mia moglie, e i bambini, Marina, di quattro anni, e Romolo, di un anno e mezzo, stavano in cucina e li stavo raggiungendo. Ero sulla porta che mette in comunicazione i due vani, quando improvvisamente è scomparsa la luce e tutto è crollato. Mi sono liberato delle macerie, ho saltato la finestra e sono caduto sulla strada. Maria Antonietta e i piccoli sono rimasti coperti da oltre due metri di macerie. Ho cercato aiuto, nessuno mi ascoltava. Ognuno pensava a sé. È anche giusto. Non so chi mi abbia preso e accompagnato all’ospedale di Tarquinia. Dopo due ore ho saputo che mia moglie e Marina erano state estratte dalle macerie dai vigili del fuoco. Maria Antonietta quando è arrivata qui era già morta. Marina è stata accompagnata all’ospedale di Viterbo. Non so in che condizioni sia. Del piccolo Romolo non ho saputo più nulla, non so che fine abbia fatto; forse è ancora sotto le macerie.

– Quando e da chi ha saputo che sua moglie era morta?

– Me lo hanno detto qui, stamani. Comunque ero preparato al peggio, quando ho visto il palazzo in quelle condizioni, ho capito che per la mia famiglia non c’era più nulla da fare.

Paolo Di Francesco, 45 anni, sposato con tre figli, dopo aver custodito dall’alba al tramonto le mucche, era rincasato da pochi minuti. Aveva trovato la cena pronta e subito si è messo a tavola con la moglie Anna, di 43 anni, e i figli Angelo, Anna Maria e Lena, rispettivamente di 9, 6 e 4 anni. «Stavo mangiando – dice – quando è successo il finimondo: d’improvviso si è fatto buio. C’è cascato il soffitto e siamo precipitati al piano sottostante. Fortunatamente le macerie non ci hanno schiacciati. Io mi sono ripreso per primo e sono corso fuori. Dopo alcuni attimi di smarrimento sono rientrato ed ho aiutato mia moglie e i bambini ad uscire fuori. Siamo stati notati da un carabiniere il quale ha fermato un’auto che passava lì vicino e ci ha fatti accompagnare all’ospedale».

Marcella Giovagnoli, 23 anni, ha un negozio di parrucchiera in pieno centro storico, a pochi passi dalla propria abitazione. Poco distante abitano alcuni parenti. L’unica sua bambina, Michela, 5 anni, ieri sera era dai parenti. Quando si è verificata la scossa sismica si trovava nei pressi del salone. È stata scaraventata per terra. Quando si è rialzata è corsa dagli zii per cercare la figlia Michela.

«Ero disperata – dice – non si vedeva niente. Ero avvolta da un gran polverone, mi bruciavano gli occhi. Sono caduta diverse volte tra le macerie. Non mi importava nulla dovevo trovare la mia bambina. Sono arrivata proprio nel momento in cui estraevano il corpo esanime di Michela. Il dolore è stato troppo forte. Non l’ho sopportato, sono svenuta, poi non ricordo più».

A Tuscania, frattanto,, fin dalle prime luci dell’alba hanno cominciato a funzionare i soccorsi per i sinistrati. Un centro di coordinamento è stato allestito nel giardino della scuola elementare, dove è stata eretta anche una tendopoli. Molti dei senzatetto sono stati però ospitati presso alberghi della zona e negli stabili delle colonie marine e montane di Tarquinia e S. Martino al Cimino. In mattinata è stato distribuito, a circa tremila persone, caffelatte e cioccolato caldo; a mezzogiorno un pasto caldo.

L’acqua di Tuscania non è potabile. Dopo accurati esami, protrattisi per quasi tutta la giornata, l’Ufficio di Igiene ha accertato un principio di inquinamento a causa di infiltrazioni nella rete idrica lesionata. La popolazione è stata invitata a non servirsene tramite altoparlanti installati in più parti della città. In serata la luce, infatti, è tornata nelle case delle zone meno sinistrate e nelle vie. La SIP ha approntato sei linee di emergenza che sono state poste a disposizione sia del pubblico che del Centro di coordinamento.

Col sopraggiungere della oscurità, sono state interrotte le opere di sterro per la ricerca di altre eventuali vittime. Nel frattempo, i terremotati rimasti senza casa sono stati accolti nella tendopoli eretta nei giardini della scuola elementare e dove il parroco ha celebrato una messa. Altri, la maggior parte, a bordo di automezzi posti a disposizione dei vigili del fuoco, dalla polizia e dai carabinieri, sono stati accompagnati nei locali delle colonie marine di Tarquinia. La quasi totalità dei sinistrati non volevano allontanarsi dal paese; non volevano neppure essere accolti nella tendopoli . Volevano trascorrere la notte all’addiaccio, nei pressi del centro storico, per custodire anche se da lontano le case distrutte. Dopo oltre un’ora, convinti dal Prefetto e dalle altre autorità, hanno accettato di trasferirsi negli alloggi di emergenza.

© Lino Canu

Articolo tratto da “Il Messaggero” di lunedì 8 febbraio 1971 – testo e foto © “Il Messaggero” – Roma

Un ringraziamento all’amico Alessandro Rovati di Milano, per averci fornito questo materiale.

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