Museo Diocesano – Palazzo Donnini / Il progetto

Negli ultimi centocinquanta anni, specialmente nei piccoli centri, si è assistito ad un repentino fenomeno di dispersione e dissipamento del patrimonio storico artistico causato, da un lato, dallo smantellamento delle strutture ecclesiastiche che in larga parte ne erano custodi e, dall’altra, dalla riorganizzazione amministrativo-territoriale che ha drenato la raccolta del materiale verso i centri maggiori al fine di erigervi istituti che fossero rappresentativi della realtà culturale di un territorio.

Da questo fenomeno non è stata immune neanche la piccola città di Tuscania dove il ricco patrimonio storico ed artistico, costituito per lo più dall’arredo delle numerose chiese, è stato duramente colpito anche dall’evento sismico del  6 febbraio 1971. Quel tragico episodio, difatti, oltre alle distruzioni immediate, ha comportato discontinuità nell’uso delle strutture chiesastiche, abbandono di siti abitati e soppressione di istituti religiosi. A questo ha fatto seguito lo spostamento di oggetti eseguito  in emergenza  con l’intenzione di porre in salvo il materiale più pregiato che, dopo i lenti lavori di restauro e ricostruzione, non sempre è potuto tornare in sito.

Restano quindi depositate presso alcune chiese della città, ma anche altri istituti della provincia o in Roma stessa, opere che mai potranno tornare al loro posto avendosi, con i lavori di restauro, modificato gli ambienti fisici che li contenevano. Altri beni, di rilevanza storica, se non artistica, sono caduti in disuso e rischiano di deperire restando abbandonati. In questa situazione, accanto alle perdite legate al deterioramento, si aggiungono continui episodi di furto, più o meno eclatanti, ai danni del comune patrimonio.

Di contro, negli ultimi trent’anni, è maturata una coscienza storico-culturale ben più ampia di quella che caratterizzava i decenni precedenti e che, accanto all’interesse per l’antichità etrusco-romana, porta ad indagare le fasi più recenti delle vicende locali, ponendo attenzione e rivalorizzando l’età moderna e contemporanea -da una parte- e la cultura popolare, il folclore, gli usi e le consuetudini -dall’altra. In questa linea si inseriscono gli studi sulla ceramica medievale e moderna, anche di uso comune, la raccolta di dati sulla cultura contadina, gli studi sulle trasformazioni urbane e, più in generale, una cultura della memoria.

Per questo, oggi più che mai, si sente la necessità di organizzare un luogo che diventi, fisicamente, catalizzatore di questi interessi e che possa -attraverso la conservazione, l’esposizione e lo studio del patrimonio storico-artistico della comunità- porre un freno a questa tardiva presa di coscienza della propria identità culturale: un Museo Civico-Diocesano.

 

Il patrimonio storico-artistico

Troppo lungo sarebbe, in questa sede, elencare tutti i beni di interesse storico-artistico già individuati e meritevoli di avere opportuna collocazione in un sito museale. Ma è d’uopo illustrarne la tipologia, le quantità e la qualità al fine di comprendere l’importanza del progetto.

Un primo nucleo è costituito da opere d’arte in senso stretto. Si tratta di dipinti e sculture che, rimosse dalla loro sede originaria in seguito ai restauri post sismici, non vi possono più far ritorno per modifiche eseguite sulle strutture o per essere, gli ambienti originari, caduti in disuso. Una parte di esse sono state rimosse ab antiquo dai loro siti, per esigenze di aggiornamento cultuale o per motivi di conservazione. Il nucleo più prezioso è indubbiamente costituito dalla piccola collezione di tavole quattrocentesche erratiche: il polittico di Andrea di Bartolo, la tavola di Sano di Pietro, il trittico del Balletta, la tavola double face di Valentino Pica e la piccola tavola del Pastura.

Queste ultime due, ad esempio, pur esistendo ancora la loro sede originaria, necessitano di essere musealizzate per motivi conservativi.

Alle tavole fa seguito una serie di tele che, in parte hanno perso la loro collocazione originaria, come le grandi tele del Sabbatino e del Commodi conservate in Duomo, lo stendardo dell’Arieti, il San Marco e il Martirio di San Lorenzo della chiesa in San Marco, ma anche quelle che arredavano luoghi oramai chiusi al culto o destinati ad altri usi, come le cinque grandi tele della chiesa di Sant’Agostino ora utilizzate, impropriamente, come arredo della Boscolo Etoile Academy, per tacere di quelle decontestualizzate o da rivalorizzare come la Natività della chiesa del Riposo, il Martirio di Santa Lucia in Santa Maria della Rosa, il San Girolamo in Duomo o lo stendardo double face in San Giuseppe.

Un nucleo di opere particolari, strettamente legati ai restauri post sismici, è costituito dagli affreschi staccati, alcuni dei quali di notevole qualità: sette pannelli di dipinti datati tra il XV ed il XVI secolo si conservano in Duomo, tre nel Monastero di San Paolo, uno in Santa Maria Maggiore. Tra le sculture erratiche primeggia il tabernacolo di Isaia da Pisa e i sei bassorilievi attribuiti alla cerchia di Andrea Bregno, ma anche qua non si possono trascurare quelle opere decontestualizzate o non valorizzate adeguatamente come il Crocefisso del XV secolo in San Marco, il Sant’Antonio Abate (XVI secolo) del Riposo, o l’ Immacolata Concezione del Duomo.

Affine alle opere d’arte in senso stretto è la collezione di argenti: ai quaranta pezzi di ambito romano, datati tra il XIII ed il XIX secolo, già restaurati dalla Soprintendenza ed esposti in Palazzo Venezia (De Alessandris , Il Moderno, Gallestruzzi, Picconi, Veglianti, Barchi, Cervosi, De Grazia, Boroni, Gondi, Mazzolini, Bartolotti, Crivellari, Bugarini, Colein Belli, Spagna), altrettanti possono esservi aggiunti -tra reliquiari, vasetti per l’olio santo, ecc.- di minor qualità ma di grande interesse storico, nonché la curiosa serie dei reliquiari del Canonico Bonsignori in madreperla, tartaruga, avorio, alabastro, corallo, cristallo, onice, ecc., vero e proprio campionario del piccolo artigianato di fine Seicento. Di interesse più storico ed etnoantropologico sono poi i reliquari lignei (XVII-XVIII secolo), gli arredi d’altare, le mute di cartegloria, i simulacri in cera o ceramica del Bambin Gesù. Tra questi oggetti artisticamente di minor qualità ma di notevole interesse storico, spicca senza dubbio la cassetta in pastiglia (XV secolo) riutilizzata nell’Ottocento come reliquario, o il piccolo tabernacolo di cuoio inciso con analoga funzione (XVII-XVIII secolo).

Infine merita ricordare la ricca collezione di paramenti sacri conservata in Duomo, nel Convento di San Paolo alle Clarisse ed in altre chiese. Pianete, piviali, tonacelle, stole, manipoli, borse, palle, ecc., databili tra il XVI ed il XIX secolo tra cui, quelli settecenteschi superano tutti gli altri per quantità e qualità. Oltre il valore intrinseco dei pregiati materiali di cui sono costituiti (broccato, damascato, trine aureo, ecc.) e la perizia artigianale con cui vennero realizzati, bisogna sottolinearne anche il valore documentario che hanno nelle fregiature araldiche dei vescovi che li donarono o delle chiese titolari che ne commissionarono  la fattura.

A questa ricca messe di oggetti pertinenti gli edifici di culto bisogna aggiungere la necessità, più volta espressa dagli amministratori locali negli ultimi anni, di dare adeguata esposizione al materiale proveniente dagli scavi effettuati all’interno ed all’esterno del perimetro urbano della città storica. Il locale Museo Archeologico istituito presso l’ex convento di Santa Maria del Riposo infatti, sembra non poter disporre di un sufficiente spazio per i materiali di età medievale e moderna, soprattutto a causa dell’accrescersi delle collezioni di età etrusco-romana. In particolare è stata più volte sancita la necessità di istituire un museo della ceramica, tipologia di reperti che abbonda nelle indagini archeologiche effettuate dagli Anni Settanta ad oggi, incrementatasi recentemente anche con le indagini effettuate in siti suburbani, come quello di Pian Fasciano.

 

Palazzo Donnini

La struttura, soggetta a vincolo di tutela della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici, potrebbe trovare nella destinazione museale l’utilizzo atto a mediare le istanze di riuso con quelle  conservative.

Nell’ampio atrio, aperto a sud, si collocherebbe il punto di accoglienza, controllo accessi e book shop mentre, nella sala immediatamente successiva, si potrebbe organizzare un piccolo spazio conferenze dove svolgere meeting, attività didattica e mostre temporanee. Nelle sale a seguire, troverebbe posto la sezione dedicata alla ceramica medievale e moderna che, negli ultimi ambienti, avrebbe delle sale monografiche destinate ad illustrare i recenti scavi all’Abbazia di San Giusto ed al Castello di Pian Fasciano.

Gli ambienti minori, posti lungo il lato nord potrebbero agevolmente adattarsi a locale di servizio: quelli prossimi alla scala orientale per ricavarne i servizi igienici, quelli occidentali -successivi all’ingresso del giardino- adatti a deposito proprio in funzione della manutenzione ed uso dell’ampio spazio aperto. Il giardino infatti costituirebbe, oltre ad un’evidente nota qualitativa di godimento della struttura, uno spazio atto ad organizzare eventi, anche privati, quindi cedibile in concessione e fonte di entrata economica a favore della gestione del sito.

Al piano nobile si svilupperebbe il nucleo principale del museo con le collezioni d’arte sacra. Il braccio longitudinale potrebbe ospitare, in ordine progressivo da sud verso nord, la sala dedicata alle opere scultoree, quella dedicata ai dipinti su tavola, la sezione con i pannelli degli affreschi staccati ed infine quella delle grandi tele mentre. Il braccio trasversale potrebbe accogliere, in due distinte sale, gli argenti e la collezione Bonsignori con altri materiali affini e, nelle ultime tre, i paramenti sacri.

Al secondo piano, infine, si localizzerebbero gli uffici amministrativi e degli spazi polifunzionali destinate alle varie attività culturali connessi al museo nonché, in un eventuale futuro ampliamento delle collezioni, ad ospitare ulteriori spazi espositivi.

 

Gestione

Vista la congiuntura economica attuale, ed il complesso status giuridico delle opere interessate, è impensabile creare un istituto come questo senza prevedere la solidale collaborazione di tutti gli enti amministrativi ed ecclesiastici interessati direttamente o indirettamente. Oggigiorno infatti, a fronte di una macchina burocratica eccessivamente complessa, sono state create procedure atte a superare la impasse generata dalla confluenza di troppe e diversificate istituzioni, prima fra tutte la conferenza di servizi.

In sede di conferenza di servizi si dovrebbe:

A) creare la persona giuridica: Museo Civico Diocesano di Tuscania;

B) raccogliere pareri, nulla osta, richieste degli organi di tutela (Soprintendenze);

C) definire il progetto di massima così come è definito nella vigente normativa;

D) attivare le prime immediate procedure burocratiche.

Fondamentale e primaria è la definizione giuridica dell’Ente, in primis per motivi economici: ancorché sviluppato in un arco temporale abbastanza diluito, il progetto non può trovare adeguati finanziamenti in sede locale senza ricorrere a risorse esterne, siano essi pubblici (contributi comunitari, ministeriali, ecc.) che privati (sponsor). L’accesso a tali fonti è possibile solo a referenti ben determinati ed a fronte di progetti definiti, ancor più in questo periodo di profonda crisi economica. Le due istituzioni che dovranno generare questa terza persona giuridica, non possono che essere il Comune di Tuscania e la Curia Diocesana di Viterbo. Se quest’ultima infatti è il principale detentore dei beni interessati (in possesso o proprietà che siano), l’Amministrazione Comunale detiene gli strumenti per farsi carico della gestione dei rapporti fra le varie autorità competenti.

A seguire è l’inviolabile competenza degli organi di tutela, sostanzialmente rappresentati dalle tre Soprintendenze: quella per i Beni Architettonici e Paesaggistici, in relazione all’immobile; quella per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale, in relazione ai reperti di scavo; quella per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etno-antropologico in relazione agli oggetti d’interesse storico-artistico. Queste non solo vengono chiamate ad esprimere pareri e criteri di fattibilità in base alle proprie competenze, ma si chiede loro anche il supporto tecnico adatto a creare una struttura idonea ai fini che il progetto si propone.

Solo con questa convergenza di forze potrà predisporsi un progetto di massima primo strumento quantitativo e qualitativo necessario ed indispensabile a muovere concretamente i primi passi.

Solo a valle di questa istruttoria, con il progetto di massima in mano, i singoli interpellati potranno avviare tutte le procedure, necessariamente lunghe, che porterebbero alla nascita del necessario Museo Civico Diocesano di Tuscania in Palazzo Donnini.

© arch. Stefano Brachetti

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