Museo Diocesano – Palazzo Donnini / La storia

Costruito sullo scorcio del Cinquecento, il Palazzo Donnini sorge su una delle alture nord-occidentali della città -San Pellegrino- in un’area pianeggiante che, analogamente all’ampio altipiano del Terziere di Poggio, rispondeva ai canoni estetici del nuovo gusto rinascimentale e che pertanto richiamò l’insediamento delle famiglie più facoltose della città.

Il suo ultimo proprietario, Alfonso Donnini, Segretario Capitolino in Roma, resta famoso per la donazione di oggetti d’arte e curiosità fatta al Collegio dei Gesuiti della Capitale, che costituì una parte fondamentale del nascente Museo Kircheriano. Meno nota è la munificenza che il medesimo ebbe nella sua città natale, allora chiamata Toscanella, dove lasciò il suo grande palazzo, arricchito da giardini, fontane e pertinenze diverse, al vescovo pro tempore ad uso di residenza. Ne prese possesso, nel 1654 circa il cardinal Francesco Maria Brancaccio che, stando all’iscrizione sulla torretta all’estremità nord-orientale, e allo stemma sulla facciata meridionale, dovette eseguirvi subito dei lavori di adattamento.

Il palazzo, il cui giardino era rinomato per le fontane e le peschiere alimentate dal nuovo acquedotto urbano costruito nel 1622, conteneva -oltre un cospicuo numero di dipinti- una miriade di frammenti marmorei figurati appartenenti alle collezioni d’antichità di Alfonso Donnini. Tra di essi alcune, come l’Artemide Efesia,  le tavole intarsiate  o la serie dei busti, venne utilizzata per decorare gli stessi appartamenti. Ma i cronisti locali lamentando la scarsa frequentazione che i vescovi avevano della loro residenza tuscanese, testimoniano come, già nell’Ottocento, il palazzo era in uno stato di generale decadenza per arrivare, alla metà del Novecento, in una situazione di vero e proprio abbandono; abbandono in cui lo colse, quel fatidico 6 febbraio 1971, l’evento sismico che sconvolse tutto l’abitato di Tuscania e -in particolar modo- il suo nucleo più antico.

Oggigiorno, nonostante un sommario ripristino strutturale dell’edificio, la costruzione appare in totale stato di abbandono ed in progressivo e repentino deterioramento. Persi gli arredi e più volte saccheggiato, non ci è stato possibile constatarne lo stato di conservazione degli ambienti interni. L’edificio consta di un corpo di fabbrica conformato ad L, con l’ala maggiore disposta in senso nord-sud.

Un ingresso monumentale, aperto sul Largo del Belvedere, verso meridione, da direttamente accesso all’edificio, mentre un altro portale arcuato -altrettanto monumentale- aperto a nord, comunica direttamente con i giardini e l’ala minore. Il lato occidentale del fabbricato è allineato con la via pubblica mentre sul lato orientale si estende quanto resta del rinomato viridario.

La costruzione si sviluppa su tre piani: un livello alla quota del piano stradale, il piano nobile ed un terzo livello costituito dal mezzanino sottotetto.

© arch. Stefano Brachetti

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